Ai fini Iva l’acquisto esiste anche senza prova di pagamento

Con l’Ordinanza n. 26319 del 19 novembre 2020, la Corte di Cassazione ha affermato che deve ritenersi illegittimo l’accertamento che contesti l’oggettiva inesistenza di una cessione di immobile tra padre e figlio, basata esclusivamente sull’assenza di prova del pagamento, a fronte dell’effettivo utilizzo dell’immobile da parte del cessionario. Pertanto, il credito IVA resta valido.

L’Agenzia delle Entrate, dopo aver erogato al contribuente il rimborso dell’IVA assolta in relazione all’acquisto dal padre di un capannone industriale, in sede di successiva verifica ha contestato l’oggettiva inesistenza dell’operazione per mancanza di prova del pagamento del corrispettivo.
Con avviso di accertamento, dunque, sono stati recuperati i relativi costi ai fini delle imposte dirette ed è stata disconosciuta la detrazione dell’IVA, con irrogazione delle conseguenti sanzioni.
I giudici tributari hanno respinto il ricorso del contribuente confermando la pretesa del Fisco.
La decisione è stata riformata dalla Corte di Cassazione, su ricorso del contribuente che ha lamentato l’omessa o insufficiente motivazione riguardo all’inesistenza della cessione dell’immobile.

La Corte di Cassazione afferma che i fatti ai quali il giudice tributario ancora il proprio convincimento, ossia la mancanza di prova del pagamento del corrispettivo e la mancanza di dichiarazione fiscale, quali elementi sintomatici della oggettiva inesistenza della cessione, sono del tutto irrilevanti.
I giudici della Suprema Corte hanno fatto chiarezza sui concetti centrali dell’IVA, distinguendo tra:
– fatto generatore dell’imposta, da cui scaturisce l’obbligazione tributaria;
– esigibilità, ossia attitudine attuale dell’imposta ad essere pretesa da parte dell’erario;
– pagamento.
Il fatto generatore di norma coincide con l’esigibilità, ma ne rimane ontologicamente distinto, giacché esso in realtà s’identifica col materiale espletamento dell’operazione.
Ciò determina la rilevanza fiscale dell’attività ai fini dell’IVA, mentre il pagamento del corrispettivo è soltanto l’estremo limite temporale per l’adempimento dell’obbligo di fatturazione.
Conforme a tale orientamento risulta anche la giurisprudenza europea, secondo cui il fatto generatore dell’imposta si verifica, e l’imposta diviene esigibile, nel momento in cui viene effettuata la cessione di beni o la prestazione di servizi.

Pertanto, secondo la Corte Suprema, va disatteso l’orientamento secondo il quale le prestazioni di servizi si considerano effettuate all’atto del relativo pagamento, cosicché prima di tale momento non sussiste alcun obbligo (ma solo la facoltà) di emettere fattura o di pagare l’imposta.
Rispetto al materiale espletamento dell’operazione, sia essa cessione di beni oppure prestazione di servizi, il rilascio della fattura o l’incasso del corrispettivo sono presupposti di esigibilità, il verificarsi dei quali al più può determinare l’anticipazione del momento impositivo, qualora gli Stati membri nell’esercizio della loro discrezionalità l’abbiano previsto, giammai la sua posticipazione.
Ulteriore conferma di tale orientamento è deducibile, precisano i giudici, dalla disciplina in materia di note di variazione Iva, secondo la quale l’omessa riscossione del corrispettivo non comporta la caducazione dell’obbligazione tributaria, della quale il presupposto impositivo si sia già verificato e rinviene copertura costituzionale, in particolare nell’esigenza di non trattare differentemente situazioni uguali, in dipendenza di eventi correlati a scelte (quelle concernenti la fatturazione o il pagamento del corrispettivo) casuali e soggettive.

In conclusione, non può ritenersi legittimo l’accertamento di operazione oggettivamente inesistente basato sulla mancanza di prova di avvenuto pagamento del corrispettivo di cessione. Ciò a maggior ragione qualora, come nel caso esaminato, sia fornita prova documentale (come contratti di locazione e fatture), idonea a dimostrare che l’immobile in esito al contratto di compravendita sia stato utilizzato dal cessionario.
Di conseguenza, deve ritenersi illegittimo anche il recupero a tassazione dei costi e il mancato riconoscimento della detrazione dell’IVA.